Osvaldo Licini. Che un vento di totale follia ci sollevi

Collezione Peggy Guggenheim 22 settembre 2018 – 14 gennaio 2019

La sera dell’inaugurazione della mostra dedicata a Osvaldo Licini, nel giardino della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia soffiava un vento né troppo caldo né troppo freddo, per nulla fastidioso. Mentre parlava Luca Massimo Barbero, il curatore di questa mostra su un artista così speciale e poco noto ai più, si aveva la sensazione di volare tra le opere descritte: tra i paesaggi marchigiani dai tratti segnati e dalle pennellate vibranti, tra architetture in bilico tra spazio mentale e spazio reale, tra parole e rebus misteriosi e tra personaggi che desiderano solo superare se stessi per andare verso un punto misterioso e assoluto.
Osvaldo Licini (1894-1958) viene dalla stessa terra curvilinea che narra Leopardi, studia a Bologna dove diviene amico di Giorgio Morandi e si avvicina al Futurismo, si sposta nel 1917 a Parigi assorbendo quel clima magnetico e vitale ed esponendo in diversi Salon, ma la sua decisione di vivere nel marchigiano Monte Vidon Corrado, con la possibilità di esplorare quel paesaggio poetico e quei cieli blu, è una scelta definitiva e persistente che si materializza in una visione della Natura sempre più geometrizzata e trascendente. Alcune delle sale più intense,  perché si evince un dialogo serrato sull’astrattismo, sono quelle in cui sono esposte alcune opere degli anni 1934-35 di Lucio Fontana e Fausto Melotti che condividevano con lui le mostre alla Galleria Il Milione e la prima Mostra Collettiva d’Arte Astratta a Torino. La linea, nelle Archipittture di quegli anni, diviene sempre più forza geometrica e segno costitutivo. Negli anni Quaranta, Licini, grazie all’incontro con il filosofo Franco Ciliberti, introduce nelle sue opere lettere, rebus e ironici sguardi sulla realtà tramite codici magici e personali, che il visitatore si scoprirà divertito a decifrare. [...]