La magia del Natale

Un tema da scrivere, come compito per le vacanze natalizie. Sembra facile, all’apparenza. Ma quando Leo prova a iniziare, tutto si fa complicato…Perchè cos’è, davvero, la magia del Natale?

Leo prese il quaderno di italiano dallo zaino e si sdraiò sotto l’abete addobbato in un angolo dell’ingresso. Stette per un po’ a pancia in su ad ammirare il lampeggio delle lucine colorate e ad assaporare il profumo di resina che l’albero riusciva ancora ad emanare, nonostante fosse stato murato in un secchio da imbianchini con il cemento a pronta presa.
Era stata un’idea di suo padre quella di immobilizzare l’abete dentro una morsa di calce. A lui piacevano le soluzioni drastiche, quelle che fatte una volta non c’era da rimetterci le mani. Invece gli anni passati sua mamma, dopo aver scelto con cura l’albero da addobbare dal venditore ambulante vicino alla chiesa, se lo faceva interrare e poi portare a casa. Il ragazzo addetto alle consegne arrivava poco dopo con la sua motoretta Ape mezza scassata, una sigaretta spenta infilata dietro l’orecchio e l’abete legato da una corda alla sponda del cassone: piazzava l’albero nell’ingresso aspettando con pazienza che la madre di Leo gli offrisse un caffè e qualche biscotto fatto in casa.
Sì, perché Letizia, la mamma di Leo, era bravissima a fare i dolci. A suo figlio piacevano i biscotti e lei glieli preparava in mille modi: di pasta frolla con la glassa, ripieni con la cioccolata, con sopra mezza ciliegia candita e la granella di zucchero, di pasta di mandorle a forma di cuore o di fiore, insomma in ogni variante possibile. Quando lui non doveva fare i compiti provava anche ad aiutarla, ma era negato con i lavori manuali, qualunque fossero: era più portato per le cose dove a impegnarsi doveva essere il cervello. Suo padre a volte glielo diceva che sarebbe diventato un topo da biblioteca. Era uno che non sapeva fare i complimenti, suo padre, ma a Leo non importava, perché aveva imparato a capire che non è che uno debba saper fare tutto. Lui, per esempio, non sapeva fare i lavori manuali e suo padre non sapeva fare i complimenti. Sua madre, in compenso, sapeva fare dei biscotti fantastici. Però non riusciva a far stare dritto l’albero di Natale. Anche se lo innaffiava con cura tutti i giorni, apriva la finestra dell’ingresso ogni mattina per cambiare l’aria e riduceva al minimo la potenza del calorifero, dopo pochi giorni quel benedetto abete cominciava a inclinarsi su una parte e a ondeggiare paurosamente ogni volta che qualcuno ci passava accanto. L’anno prima aveva anche provato a legare con lo spago il tronco al cardine della porta che portava in soggiorno. Lì per lì la soluzione era sembrata perfetta, ma una sera il padre di Leo, andando a letto a luci spente, ci era rimasto impigliato e l’albero era venuto giù di colpo, come abbattuto da un boscaiolo. C’era stato un gran fracasso e gli addobbi si erano sparpagliati per tutto l’ingresso. Il padre di Leo si era arrabbiato moltissimo e aveva urlato a sua moglie di mettere tutto in ordine e che da quel giorno ci avrebbe pensato lui a far stare in piedi quel cazzo di albero di Natale. Aveva detto proprio così, quel cazzo di albero di Natale. Leo era rimasto in silenzio nella sua stanza e dalla porta socchiusa aveva sentito sua madre chiedere scusa, come se fosse stata colpa sua se le radici di quell’abete non avessero avuto la forza di mantenerlo in piedi fino al giorno dell’Epifania. Suo padre le aveva risposto che era una buona a nulla, che neppure uno stramaledetto albero sapeva fare, altro che qualche biscottino da quattro soldi per quello smidollato di suo figlio – che se continua così va a finire che ci diventa finocchio. Aveva detto proprio così, suo padre. Leo si era rimesso a letto, si era coperto la testa con il piumone e aveva provato a non piangere. Non gli dispiaceva per sé, ma per sua madre sì, perché non era vero che faceva biscotti da quattro soldi. I suoi biscotti erano fantastici, molto meglio di quelli che vendevano alla pasticceria in piazza, o di quelli del forno dietro l’angolo. E non era colpa sua se l’albero di Natale non stava in piedi. Comunque era stato questo il motivo per cui quell’anno l’abete era stato piantato dentro il cemento, come un pilone dell’autostrada. Se fosse caduto, sarebbe stato solo per colpa di un terremoto.
Dopo aver osservato per un po’ le luci colorate sopra la sua testa, Leo si era voltato e aveva aperto il quaderno. La professoressa di italiano era sembrata stranamente magnanima quando aveva assegnato i compiti per le vacanze: qualche capitolo di storia da ripassare, la lettura di dieci pagine dell’antologia e un unico tema da svolgere. Erano rimasti tutti sorpresi da questa decisione e per la gioia molti dei suoi compagni avrebbero anche accettato di condividere con la vecchia insegnante almeno una fetta di panettone, se non proprio tutto il pranzo natalizio. Leo invece no, perché intuiva che dietro il titolo del tema si nascondesse un tranello: La magia del Natale suonava per lui come una minaccia.
C’e da dire che Leo e l’italiano non erano proprio amici per la pelle. A lui piaceva risolvere problemi, studiare soluzioni, si appassionava come non mai alle scienze e a tutto ciò che riguardava i misteri dell’universo, ma mettere in fila righe e righe di discorsi lo terrorizzava come quando da piccolo doveva fare i richiami dei vaccini. E poi lo agitava la genericità della richiesta. Un conto era se gli si chiedeva di descrivere come avesse trascorso una domenica o le caratteristiche fisiche del suo migliore amico, un altro chiedergli di parlare di qualcosa che definire astratto sarebbe stato già troppo realistico.
Ecco perché si era messo sotto l’albero di Natale. Sperava che l’atmosfera natalizia lì sotto fosse un po’ più forte e lo aiutasse a cavarsi d’impaccio. In più c’era il fatto che nella notte della vigilia nessuno avrebbe spento le luci dell’abete e quindi un briciolo di quella magia che doveva descrivere, forse sarebbe arrivata anche lì. Di sicuro non avrebbe visto Babbo Natale. Erano anni che aveva smesso di credere alla favola dell’omone con la barba che veniva dal Polo Nord in sella ad una slitta trainata per il cielo dalle renne e che si precipitava giù per i camini per consegnare i regali a tutti i bambini buoni della Terra: un po’ era stata colpa della sua passione per le materie scientifiche, un po’ perché in casa sua un camino non c’era mai stato e quindi, a rigor di logica, il buon vecchio Babbo Natale non avrebbe saputo da dove passare se non dalla porta suonando il campanello, e non era mai successo fino a quel momento. Però stare lì sotto, con il profumo di bosco sopra la testa, con le pagine del quaderno che si coloravano una volta di giallo, un’altra di blu, verde e rosso e con il silenzio che lo circondava non era poi così male.
I suoi genitori erano a letto da un po’. Lui aveva finto di dormire e atteso che spengessero le luci della camera prima di decidere di alzarsi e conquistare la sua posizione ispiratrice. Nessuno lo avrebbe scoperto e lui avrebbe potuto scrivere il suo tema, se l’ispirazione fosse arrivata. Staccò la pagina centrale del quaderno e piegò il foglio in due, come se fosse uno dei fogli protocollo che si usavano per i compiti in classe. Sul dorso piegato scrisse il suo nome. Dovette scriverlo per intero: Leone. Gli tremò la mano, come succedeva sempre. Lui detestava il suo nome. Un po’ perché del leone, inteso come animale, non aveva proprio niente: né la forza, né il coraggio. E poi perché, anche se gli avevano detto che quello era stato il nome di suo nonno e doveva essere fiero di potersi chiamare come lui, neppure l’aveva conosciuto quel Leone lì, che era morto per un incidente sul lavoro molto prima che lui nascesse.  Fatto sta che quel nome gli era stato affibbiato, e poco importa che non riuscisse a farselo piacere. Se davvero fosse esistita la magia del Natale gli sarebbe piaciuto che potesse trasformare quel suo strano nome in qualcosa di più semplice, di più comune: andava benissimo un Andrea, un Luca, volendo anche un Mario. Qualcosa che fosse meno ingombrante di Leone, che anche se si camuffava in Leo, sempre Leone rimaneva.
Una volta Leo aveva sentito sua mamma e sua nonna parlare proprio di questo. La nonna Matilde si domandava a chi fosse venuto in mente di mettere a un bambino un nome così strano. Sì, aveva detto strano, come se parlasse di una malattia o di una qualche forma sconosciuta di coleottero.  Letizia le aveva risposto che era il nome del padre di Lorenzo, suo marito.
– Lo so che Lorenzo è tuo marito – aveva risposto la nonna in tono scocciato.
È che lei si scocciava per un nonnulla e poi diceva tutto quello che le passava per la testa senza preoccuparsi delle conseguenze. Così la mamma di Leo glielo aveva spiegato che, da sempre, nella famiglia di Lorenzo i figli maschi prendevano il nome del nonno paterno e le femmine quello della nonna materna, e che da sempre l’iniziale di questi nomi era stata la lettera elle.
– Questo non me l’avevi mai detto – aveva ribattuto la nonna che poi, dopo qualche minuto di silenzio e una serie di rapide considerazioni, era giunta alla conclusione che anche nella scelta delle compagne, o dei compagni, l’iniziale del nome doveva essere un elemento determinante. Non per niente la sua consuocera, la moglie del defunto Leone, si chiamava Lia. E Letizia, per Lorenzo.
– Mi auguro che mio nipote non si riveli così deficiente! – aveva concluso la nonna Matilde tenendo fede alla sua caratteristica di non avere barriere tra la mente e la lingua. E da lì era nata una discussione tremenda, perché Letizia difendeva sempre suo marito, anche se questo voleva dire andare contro a sua madre, o a chiunque altro.
Ecco, questa era una cosa che Leo non riusciva proprio a capire. Era un’altra delle cose che la magia del Natale, se davvero fosse esistita, avrebbe potuto risolvere. Perché c’erano state volte in cui, davvero, suo padre non si meritava di essere difeso. Una era stata quella dell’albero di Natale, l’anno prima. Ma anche quando aveva scaraventato a terra il servito di piatti buono, quello con cui si apparecchiava la tavola nelle giornate di festa, solo perché Letizia aveva inavvertitamente rovesciato una tazzina di caffè. E quella volta che aveva trovato un calzino blu abbinato a uno nero e aveva tirato addosso a sua moglie tutto quello che c’era dentro il cassetto. E poi quando Leo, proprio lui, aveva bloccato lo scarico del lavandino facendoci cadere dentro il tappo del dentifricio e Lorenzo aveva dato fuori di matto dando un ceffone a lui e una serie di schiaffi a Letizia che aveva solo provato a calmarlo. E questo era solo quello che a Leo veniva in mente lì, sotto l’albero di Natale, mentre aspettava che l’ispirazione per scrivere il suo tema facesse la sua comparsa. Tante altre volte erano volate botte, spinte e offese per cose all’apparenza sciocche, ma che forse, viste con gli occhi dei grandi, così sciocche non dovevano essere. Leo aveva imparato così, col tempo, che non solo suo padre non sapeva fare i complimenti, ma anche che si arrabbiava facilmente e che l’unico modo per non farlo arrabbiare era provare a scomparire, essere muti e silenziosi, quasi invisibili. Smidollati o finocchi, per dirla con le sue parole.
Leo ci provava, a fare così, e gli riusciva abbastanza bene. Sua madre invece no, era meno brava di lui a farsi trasparente. Leo lo capiva dal fatto che, anche quando la colpa di qualcosa poteva essere sua, alla fine era sempre sua mamma che finiva per prenderle. Dopo lei gli diceva che non era successo niente, che suo padre era una persona buona, che aveva solo un carattere un po’ irascibile, niente di che. E lo diceva sempre con il sorriso, anche se aveva un labbro spaccato o un occhio gonfio, o un livido sullo zigomo o il braccio che le faceva male. Ecco, anche questo avrebbe dovuto rimediare la magia del Natale: togliere l’invisibilità a Leo e darne un po’ a sua mamma, che almeno per qualche tempo avrebbe potuto evitare le botte. Ci avrebbe pensato lui a prenderle per lei, glielo doveva per tutte le volte che lei aveva dovuto sopportare quelle destinate a lui.
Leo dette un’occhiata all’orologio. Mezzanotte era passata da un pezzo e ancora non era riuscito a buttare giù un solo rigo del suo tema per le vacanze. Aveva scritto solo il suo nome e II B sotto. E poi il titolo, sulla prima colonna. Lo sapeva che c’era un trucco. Quella vecchia volpe della professoressa lo aveva fatto di proposito. Aveva dato un tema impossibile, qualcosa che non sarebbe bastato un anno intero per poter completare, a patto di scrivere qualche scemenza tipo quelle che fanno vedere nella pubblicità, dove con una fetta di pandoro o una scatola di cioccolatini tutto torna magicamente a posto. Eppure lui adorava il Natale. E non per i regali, che di quelli a dire il vero gliene importava il giusto. Era la cosa in sé a renderlo felice. Era come se in quel momento, lì sotto l’albero addobbato, anche se piantato nel cemento, il tempo si potesse fermare e rimanere così, in una sensazione di attesa per qualcosa di indefinibile e bellissimo. Leo tutto questo lo sentiva, era dentro di sé come un universo in espansione, come un fiore pronto ad aprirsi allo spuntare dell’alba, come un desiderio che nasconde una speranza. Tutto questo era reale, ma indescrivibile, come pretendere di confinare un’emozione in una pagina di carta infilandola a forza tra le righe di un foglio protocollo piegato a metà.
Tutto quello che Leo sperava non dipendeva dalla magia del Natale.
Avrebbe voluto un nome diverso. Una mamma meno brava a fare i biscotti e più brava a nascondersi. Un papà che sapesse fare i complimenti e che non si arrabbiasse per un nonnulla. Avrebbe voluto un albero di Natale piantato in giardino e non nel cemento in un secchio da imbianchino. Un fratello o una sorella con un nome che non iniziasse per elle. E una professoressa che non capisse quanto male possono fare le parole. Poi prese la penna e iniziò a scrivere.
Ognuno ha la magia del Natale che merita.  [...]