Pavan detto Volpe

Per chi scrive, penso, la libertà aumenta esponenzialmente con l’aumentare delle costrizioni imposte. Ideare questo racconto, nato con l’obbligo di tematica, ambientazione e lunghezza, mi ha molto divertito. Non ci si pensa, ma, prima di scrivere, bisogna studiare. Sono stata dunque fortunata, perché da anni mi interessavo ai misteri delle colline del Veneto, alle tradizioni contadine, con tutti gli eventi inspiegabili, le credenze e le tradizioni di repertorio.
Il protagonista del racconto non è dunque Volpe, non è il suo cane, ma è la comunità intera, con le sue fatiche, le fantasie e le paure. Immaginate adesso di essere in inverno, con tutti i vicini di casa in una stanza rischiarata dal fuoco; un bicchiere di vino e qualcuno inizia a raccontare…

C’era a Trepalade, tra il Sile e il Siloncello, un vecchio, vecchissimo mulino. Sotto le pale indefesse l’acqua, va da sé, mormorava, rideva, scrosciava, incupiva, spumeggiava e, insomma, contribuiva a produrre quei cinque-seicento quintali di mais al giorno. A gestirlo c’era… e qui dobbiamo metterci d’accordo. Tre giorni dopo la nascita i genitori e il santolo lo avevano portato nella chiesa di San Magno e battezzato Pavan Pietro Maria. Per non confonderlo [...]